Un pensiero è solo un pensiero, non può far male. Un ricordo si, se glielo permetti.
Catching Elephant is a theme by Andy Taylor
Ho voglia di un po’ di Noi.
Made With Paper N. 139
cit. il tasto F5
Una delle conversazioni più interessanti della giornata l’ho avuta con Viola, la bimba di circa due anni e mezzo che abita sopra di me. Mentre tornavo a casa, a piedi e sotto la pioggia, l’ho incrociata in macchina con la mamma e mi hanno gentilmente offerto un passaggio.
Io (entrando in macchina): Ciao Viola!
Lei: ……
Mamma: Viola, saluta!
Lei: Chi sei?
Io (che nel frattempo ero riuscita a non impiccarmi tra cintura di sicurezza, lettore mp3 e borsa e a girarmi): Io sono quella che ha i fiori colorati in giardino.
Lei (guardandomi finalmente in faccia e con un sorrisone enorme): Ciao!
Io: Dove sei andata?
Lei: …..
Mamma: Siamo andate dal dottore che le sono uscite delle bolle.
La bimba ha il broncio, occhi bassi.
Io (la guardo, piego un po’ la testa di lato): Non ti piace il dottore, vero?
Lei: No….
Io: Ti tocca la bua e ti fa male, vero?
Lei: Si!
Io: Eh… anche a me non piace il dottore, non ci voglio mai andare, però poi mi guarisce la bua…
Mi sorride.
Nel frattempo siamo arrivate. Scendiamo dalla macchina e la saluto.
Lei: E dove vai?
Io: A casa, abito qui anche io. Appena finisco di sistemare il giardino se vuoi giochiamo insieme.
Lei: Si!
La ricchezza espressiva del volto di un bimbo non ha paragoni. Sarebbe bello riuscire a non perderla crescendo.
(Fonte: 3nding)
Sollevo la tenda e lo vedo. Un ramoscello di gelsomino. In silenzio, lentamente, si è fatto strada attraverso la piccolissima intercapedine della finestra. Non apro mai quella finestra ed è ben chiusa. Mi chiedo come abbia fatto. Un sorriso si sostituisce allo stupore dipinto sul mio volto. È impossibile fermare la natura. Più ripenso a questa frase e più mi rendo conto di quanto valga anche per gli esseri umani. Passiamo buona parte della nostra vita impiegando la maggior parte delle nostre forze ad essere quello che non siamo. Spesso ci diciamo che dipende dagli altri, da quello che si aspettano da noi e dal loro giudizio, dalle regole e dalla società. Nella maggior parte dei casi, non è vero. Quello che ci riesce più difficile è accettare noi stessi, per quello che siamo. Con i nostri vizi e le nostre virtù. Con le nostre forze e le nostre debolezze. Con i nostri pregi e i nostri difetti. Perché, per quanto sia più facile condannare i propri aspetti negativi, per alcuni può essere ancora più difficile accettare i propri aspetti positivi. Ma è impossibile bloccare la propria natura. Prima o poi tutto esce fuori e si svela. Anche se per farlo deve passare attraverso un piccolissimo spazio ristretto. Siamo fatti di luce e ombra. E si sa, non c’è luce senza ombra e non c’è ombra senza luce.

Papà: "E dopo cosa pensi di fare?"
Io: "Eh...spero di lavorare"
Papà: "Eh, io ogni tanto ci penso a voi giovani, a tutti"
Io: "E cosa pensi?"
Papà: "Porca di quella troia."
De Andrè
All’improvviso, buio in sala. Silenzio.
Lentamente, si apre il sipario.
Un riflesso arancione sui lati, soffuso. Uno più chiaro sullo sfondo, in alto.
Delicatamente, le prime note.
Una ballerina, muovendosi lentamente, inizia a sistemare due file di sedie, una su ogni lato. Sei e sei, ognuna di un colore diverso. Appena finisce, la musica diventa più forte. E le luci anche. Entrano i ballerini. Gli uomini da un lato, le donne dall’altro. Si siedono sulle sedie e iniziano a spogliarsi, lentamente. Prima le scarpe, poi i pantaloni. Il resto, se lo tolgono a vicenda, uomini e donne, fino a rimanere in biancheria intima. Inizia la danza, la scelta. Corpi incredibilmente armoniosi, fasci di muscoli tesi, respiro contratto. Volteggiano sul palco, incrociandosi, guardandosi, sfiorandosi. L’eterna danza tra maschile e femminile. Ogni movimento lascia trapelare sensualità, passione, gioco di emozioni, lotte di potere. E, come sempre nella vita, il momento della scelta arriva concreto. Si formano le coppie e la danza continua. In un modo così naturale da non accorgersene, i ballerini infilano di nuovo i pantaloni. Il filo rosso del movimento, una storia d’amore. Sulle note di uno straziante violino, due uomini si contendono una donna. Ancora passione, dolore, indecisione. Un altro passaggio, un’altra coppia. Questa volta, la passione si dispiega nella gelosia. Due donne si contendono un uomo. E sembra quasi di vedere stralci di vita danzare sulle note. Lui sceglie l’altra e quella che era la sua donna si trova subito circondata da uomini che la corteggiano. Lui, in un angolo, con gli occhi pieni di rimpianto. Ci metterà un po’, ma cercherà di rifarla sua. Niente è definito, neanche le scelte che sembrano più forti e concrete. Tutto cambia, insieme alla musica. Le scene si susseguono senza interruzioni musicali. Tutta la passione contenuta nel tango si dispiega sul palco. Gioia, dolore, sensualità. Un tripudio di emozioni contrastanti, ma in armonia. Sullo sfondo, una coppia di tangueri in abito da sera scandisce i passaggi. Sfilano lenti, quasi in sordina, tra una scena e l’altra. Loro, gambe e corpi. E il loro riflesso nello specchio antichizzato sopra le loro teste. Fino a ritrovarsi tutti insieme, al centro del palco, invitati da note più allegre e veloci. Dopo aver ballato in un cerchio formato dai ballerini, i tangueri lasciano la scena. Sono quasi certa di vederli continuare a volteggiare dietro le quinte, nella mia mente. Ora i ballerini sono tornati alle loro sedie. Si rivestono lentamente, senza smettere il gioco di sguardi. Uno alla volta, posano le scarpe da ballo al centro, in fondo al palco. L’ultima è la ballerina che ha sistemato le sedie.
Buio.
Silenzio.
Sipario.
Kundera “L’insostenibile leggerezza dell’essere”